martedì 10 marzo 2020

La politica economica e il genio di de Medici. Il periodo aureo delle Due Sicilie nelle riflessioni di Nicola Zitara






di

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro





 Il Regno di Napoli nel 1859 non solo era lo Stato più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria, e ne fan prova i corsi della rendita, ma anche quello che, fra i maggiori in Italia, versava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e ben armonizzate; estrema semplicità in tutti i servizi fiscali e nella tesoreria dello Stato. Rappresentava a tutti gli effetti l’antitesi del Regno dei Savoia, dove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi e il regime fiscale si mostrava corrosa da una serie di sovrapposizioni inventate senza un preciso criterio. Tale politica economica attuata dal Regno dei franco piemontesi, innalzò un macro indebitamento, preludio di un sicuro fallimento. La fame e le malattie imperversavano inarrestabili lungo quella parte della Pianura Padana.

La Storia attribuisce il merito al Piemonte per essersi resa protagonista nelle vicende dell’unità italiana, ma riconosce anche che, senza l’Unità d’Italia, per gli abusi delle spese e dei debiti che aveva contratto con la Francia e per la guerra di Crimea, per la povertà delle sue risorse, era necessariamente condannata al fallimento. “La depressione finanziaria anteriore al 1848 – scrive Nicola Zitara – aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, aveva determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di un altro Stato più grande e ricco.” Il soleggiato Regno Napoletano, oltre l’ottimo clima, possedeva anche menti illuminate, le quali trascendevano da quelle miserande ed offuscate che risiedevano in Piemonte e nel Lombardo Veneto. Non occorre fare distinzione se fossero giacobine o conservatrici, ma sicuramente erano imbevute di vasta cultura.1

Rientrando nel tema in oggetto, è mio desiderio annoverare un personaggio, unico nella sua genialità, molto poco discusso dalla storia convenzionale unitaria: Luigi de’ Medici di Ottajano, napoletano verace, principe di Ottaviano e di Sarno e da parte di sua madre Carmela Filomarino, principe della Rocca. Colto, fin dalla prima giovinezza, cercò di innestare le idee del giacobinismo con l’instaurata e solida monarchia borbonica. Curioso, girovagò tra le maggiori capitali europee e nel 1780, rientrato a Napoli, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in quella città, dedicandosi per qualche tempo all’attività forense. Come era d’uso tra i notabili partenopei, fu il primo ad aprirsi agli “spiriti illuminati,” evidenziando nell’immediatezza le sue qualità come promesse politiche per il Regno delle Due Sicilie. Nel 1783, a soli 24 anni, fu nominato come giudice della Gran Corte della Vicaria, facendosi ben presto ammirare per la retta amministrazione della giustizia.

Nel 1815 fu nominato Ministro delle Finanze, ruolo che occupò fino alla sua morte sopraggiunta nel 1830. Accaldato dalle idee di Filangieri e Pagano, non ebbe mai fiducia nella politica economica reazionaria, prescegliendo quella progressista, razionale e antifeudale determinando il periodo aureo per il meridione d’Italia. Fu il de’ Medici il padre della finanza illuminata napoletana. Dopo la Restaurazione (1815), nel Regno di Napoli le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione. La base di tutto l’ordinamento fiscale era determinata da una grande ed organizzata imposta fondiaria, cosa che in Piemonte e nel Lombardo Veneto non si riuscì a fare rendendo impossibile la riscossione. Un sistema fiscale snello e non logorante. A tal proposito, Vittorio Sacchi, piemontese e senatore del Regno d’Italia, in un sua reazione al segretario generale delle finanze, scrive: “Il sistema della percezione della fondiaria nel Regno di Napoli era il più importante fra le risorse di quello Stato ed incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse in Italia. Lo Stato senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Provincie, ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, aveva assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte dei contabili.”2

La convinzione che solo una politica tesa a ad ostacolare le ancora persistenti tracce del feudalesimo e incoraggiatrice della creazione della ricchezza mobiliare soprattutto tra i ceti medi, poteva essere utilitaria per lo sviluppo economico del Regno. Infatti non vi erano imposizioni fiscali sulle ricchezze mobiliari: si ritenne opportuno non speculare su di esse, poiché allora si stavano formando. Le tasse sul registro e sul bollo erano assai tenue nel Regno di Napoli e gravissime in Piemonte. L’ordinamento delle fedi di credito del Banco di Napoli mirabilmente semplici sotto questo aspetto. Ebbe a scrivere ancora il senatore piemontese Sacchi: “Lo straordinario organismo finanziario delle Provincie Napoletane si notava soprattutto in quanto riguardava il funzionamento del Banco.”3

Il popolo ne era riconoscente e le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che hanno dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e quella straniera, tra i re e i liberali, sono state sempre per il re: il ’99, il ’48, e il ’60, le classi popolari, anche se mal guidate o fatte servire per scopi nefandi, sono state per la monarchia e per il re. Questo concetto popolare non è, come vogliono far sembrare, effetto del caso o dell’ignoranza, ma ben altro e storicamente giustificabile.

Vero è che i Borbone temevano le classi medie e le avversavano, ma si prodigavano anche ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo. Nella loro gretta e patriarcale concezione loro maggiore preoccupazione era quella di contentare il popolo non calcolando le eventuali conseguenze. E’ necessario leggere le istruzioni che inviavano agli intendenti provinciali, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco per capire l’interessamento che nutrivano in favore delle classi popolari. “Leggendo quei rapporti, quelle lettere, quelle circolari” –scrive Zitara – si è spesso vinti dal quel caldo senso di simpatia popolare che traspira da ogni frase.”4

Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto pur di non applicare nuove imposte, evitando principalmente tasse sui beni di consumo. Francesco Saverio Nitti ha calcolato che nel 1860 le entrate del regno delle Due Sicilie raggiunsero la somma di 175 milioni di lire. Nell’anno precedente le entrate del Regno dei Savoia, che aveva meno della metà della popolazione di quello dei Borbone, furono di 144 milioni di lire. E facilissimo immaginare quanto diversa fosse la pressione dei tributi tra i due stati.5

In seguito all’unificazione dell’Italia di conseguenza ci fu anche quella del sistema fiscale che risultò essere immediatamente traumatico per le popolazioni meridionali. In una economia come quella del regno delle Due Sicilie dove prevalente era la produzione per il consumo diretto e l’introduzione di una forte imposizione si tradusse in una violenta trasformazione dei rapporti di produzione. I proprietari i meridionali, percossi dalla violenta ed inusitata tassazione, imposero la totale conversione in rendita monetaria dei canoni percepiti prevalentemente in natura e per rifarsi degli esborsi aumentarono i canoni. D’altro canto, i contadini per far fronte alle nuove pretese, furono costretti a dirottare la loro produzione dai prodotti richiesti dai bisogni familiari ai prodotti domandati dal mercato, dove soltanto era possibile convertirli nel denaro utile per pagare gli esosi canoni. Tutto ciò sconvolse non solo gli orientamenti produttivi, ma anche l’economia esistenziale. Essendo gente che viveva di prodotti agricoli, consumatori direttamente, le gravezze sopravvenute han tolto loro una parte del nutrimento quotidiano.6 L’impoverimento delle classi contadine e la conseguente fuga dalle campagne, non sfociò in un reimpiego della manodopera agricola ormai disoccupata nelle produzioni industriali, e quindi nell’urbanizzazione delle produzioni meridionali, ma nell’emigrazione di massa. Stava sviluppandosi infatti quella rigida divisione nazionale del lavoro tra Sud e Nord, che può ritenersi la conclusione politica del moto risorgimentale e contemporaneamente la matrice della colonizzazione del Mezzogiorno.

Situazione della circolazione monetaria presentata da Nitti all’indomani dell’unificazione:

Monete metalliche degli antichi stati italiani ritirate dalla circolazione

Regno delle Due Sicilie 443 milioni di lire;

Roma e Stato Pontificio 90,7 milioni di lire;

Granducato di Toscana 85,3 milioni di lire;

Regno di Sardegna 27,1 milioni di lire;

Venezia 12,8 milioni di lire;

Lombardia 8,1 milioni di lire;

Parma e Modena 1,7 milioni di lire.

Fonti:

1 Nicola Zitara, L’unità d’Italia, nascita di una colonia, in Quaderni Calabresi – Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole, 57. Ottobre – Novembre 1984. Ed Quaderni Calabresi, p. 40-41.

2 V. Sacchi, Il Segretariato Generale delle Finanze di Napoli dal 1 aprile al 31 ottobre del 1861. Napoli, Stabilimento Tipografico delle Belle Arti, 1861 p. 42.

3 V. Sacchi, cit. pag. 46.

4 N. Zitara, cit. p.44.

5 F.S. Nitti, Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1897 con scritti sulla questione meridionale,Laterza Bari 1958, p.p. 37-44.

6 A. Branca, Atti della giunta per l’inchiesta agraria e sulla condizione della classe agricola, vol. IX, fasc. 1. Relazione sulla seconda Circoscrizione (Provincia di Potenza, Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria), Roma 1883, p. 12.








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